La per personalizzare luoghi pubblici anonimi o freddi.La Street

La street art è un tipo di arte visiva creata in luoghi pubblici, non nei contesti dell’arte tradizionale; è strettamente legata alla “urban art”, composta da street art e graffiti, e alla “guerrilla art”, arte senza veri e propri confini tra l’immagine e l’ambiente.Le forme di espressione più comuni sono graffiti con bombolette o stencil, il flyposting, la sticker art, la scultura. Inoltre negli ultimi anni hanno preso piede la proiezione di video e lo “yarn bombing”Il flyposting è una tecnica guerrilla che consiste nell’affissione in luoghi legali o illegali di poster o volantini, principalmente su facciate di edifici, in strade o vicoli.Lo “yarn bombing” è una forma di street art che impiega l’utilizzo di fibre tessili colorate invece che di vernice. È una tecnica facilmente rimovibile, che comunque rimane illegale in alcuni paesi. Si differenzia dall’arte con vernice perché inizialmente era quasi esclusivamente utilizzata per personalizzare luoghi pubblici anonimi o freddi.La Street Art pone però diverse problematiche giuridiche, poiché c’è un contrasto tra il diritto d’espressione e i diritti d’autore appartenenti all’artista e il diritto di proprietà del proprietario del supporto utilizzato. Essendo però caratterizzata da opere su materiale altrui, con o senza il consenso, va distinto il caso dell’opera autorizzata da quella illegale. In Italia nella maggior parte dei casi la street art non è autorizzata, e con la prevalenza del diritto di proprietà su quello d’autore, in questo caso al proprietario del supporto è concesso di rimuovere o di ricoprire l’opera. Le accuse principalmente mosse contro questa forma d’arte sono di vandalizzare, sporcare, e quindi, in definitiva, di non essere vera arte.  Dall’altra parte, la street art viene considerata un movimento tra i più dinamici dell’arte italiana e mondiale, o anche il principale movimento artistico d’inizio secolo, che più di tutti ha saputo interpretare e a volte prevedere i fenomeni del nostro secolo, primi tra tutti i concetti di inclusione e partecipazione, perchè “la street art è l’unica arte che riporta l’arte al suo senso originario”, perché non è nata come espressione del singolo individuo ma di una intera comunità, per essere compresa da tutti, come un mezzo di comunicazione. Un altro dibattito molto acceso vede schierarsi da una parte chi stacca le opere dai muri, per preservarle, e dall’altra parte chi ritiene che la street art, nata appunto in strada, lì debba restare e morire. Poiché molto spesso le opere, tolte dai muri, vengono vendute a collezioni private, gli artisti ne negano la paternità, ma questo non contribuisce affatto all’abbassamento del prezzo. L’estrazione dal contesto per essere inserite in musei è, però, ciò a cui va in contro ogni forma d’arte, prima o poi, se non viene cancellata prima. Ma la storia dell’arte e dei musei è anche storia politica nel suo insieme, e i musei non sono luoghi dove contemplare l’arte nella sua espressione più pura, ma piuttosto luoghi dove l’arte viene fossilizzata e sterilizzata per i posteri, secondo alcuni street artist. I graffiti, dicono, non tollerano la museificazione, perché in un museo diventano oggetti orfani, sradicati e impoveriti. Il modo proposto da questi ultimi per salvare la street art è la fotografia, tramite foto o video, come è avvenuto con l’opera di JR in Ellis Island, dogana da cui passarono dodici milioni di migranti verso l’America, che è stata prima fotografata, poi commentata a fumetti, poi è diventata un libro e infine un cortometraggio con Robert de Niro.